Economia

Baroni al Forum PI: serve un fondo europeo per finanziare le transizioni

14/5/2024

Per l'edizione del 2024, la Piccola Industria di Confindustria ha organizzato il Forum in primavera, in vista delle elezioni di giugno per il rinnovo del Parlamento Europeo. Dal punto di vista dell’industria, la legislatura che ci stiamo lasciando alle spalle presenta alcune ombre importanti ma siamo convinti del progetto europeo e per questo dobbiamo riaffermare con forza quanto l’industria sia una componente indispensabile al suo successo. Per rimetterla al centro delle politiche dell’Unione, la sostenibilità diventa un tema decisivo ma è necessario ridurre drasticamente la componente ideologica che più di una volta è emersa nel corso della legislatura, tarpando le ali al potenziale di crescita delle imprese e alla loro capacità di innovare. Il Forum di oggi e domani si tiene, simbolicamente proprio dove nacque la prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici. Era il 1839, appena 10 anni dopo che gli Stephenson misero per la prima volta sui binari una locomotiva a vapore. Oggi fatichiamo a individuare vere misure di politica industriale, in Italia come in Europa. L’ultima, nel nostro paese è stata Industria 4.0. Siamo ancora in attesa dei decreti attuativi di Transizione 5.0 mentre alcuni provvedimenti assunti a livello europeo rischiano addirittura di spingere fuori dal mercato ex lege interi pezzi di filiera con punte di assoluta eccellenza come quelle che si rilevano in Italia, per esempio, nella componentistica per il settore automotive, nel riciclo dei materiali e nell’attuazione dell’economia circolare, nell’industria delle materie prime seconde. Per esempio, la Direttiva sul reporting di sostenibilità è la cartina di tornasole di come un giusto obiettivo – quello di migliorare la comunicazione e la trasparenza rispetto all'adozione di politiche in ambito ESG da parte delle imprese - possa tradursi in un vero e proprio incubo per le PMI, soffocandone il potenziale di crescita sostenibile. E come non citare il Fit-for-55, che presenta costi stimati per 4500 mld al 2030 in Europa di cui circa 1100 mld in Italia. Le voci del PNRR dedicate ne coprono il 4,7%. È evidente che su questo fronte abbiamo un problema tra ambizioni e strumenti concretamente disponibili. Come imprenditori ben consapevoli della gravità del climate change e dei suoi effetti e siamo altrettanto decisi nel perseguire obiettivi di riduzione degli impatti e delle emissioni. Ma non dobbiamo dimenticare che gli obiettivi non devono pregiudicare la competitività delle imprese. Questo auspichiamo che sia molto più chiaro al prossimo Parlamento Europeo, rispetto a quello uscente. Anche perché siamo di fronte a grandi asimmetrie, non tanto tra i paesi europei, ma tra UE e le grandi aree geografiche, come gli Stati Uniti o la Cina o l’India. Dobbiamo dare risposte unitarie, altrimenti i 450 milioni cittadini europei saranno - finché la loro ricchezza lo consentirà - solo consumatori, un grande mercato di sbocco, in assoluta contraddizione con la storia stessa di questo continente, grande potenza industriale ed esportatrice. Quindi proprio quello che non è avvenuto di fronte al caro energia, nonostante il NextGen EU, introdotto a valle della pandemia di Covid-19, andasse invece nella giusta direzione. L’allentamento del regime degli aiuti di Stato ha indebolito l’Europa, ha permesso ai paesi che hanno uno spazio di bilancio maggiore di supportare la propria industria, lasciando gli altri – prima fra tutti, l’Italia - senza possibilità di dare risposte efficaci. Per inciso, non esattamente il miglior viatico per una reazione unitaria di fronte ai rischi che l’invasione russa dell’Ucraina richiama per l’intera Europa. Per questo – lo abbiamo già detto e lo ribadiamo – serve un fondo europeo per le transizioni, finanziato con Eurobond europei. Intanto i nostri imprenditori non sono stati a guardare e, quando si è affermato con forza e urgenza il tema ambientale, sono diventati campioni mondiali di economia circolare: i record segnati anno dopo anno dimostrano la nostra capacità di competere sui mercati internazionali, persino in uno scenario globale critico come quello di questi ultimi anni. Senza contare il contesto nazionale in cui operiamo, che non è certo tra i più business friendly, a maggior ragione in un territorio come questo che, oltre alle note criticità che presenta l’intero Paese, sconta anche deficit infrastrutturali e la presenza pesante della criminalità organizzata.
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